La parola “fotografia” significa “scrittura con la luce”, ed è proprio questo il concetto fondamentale su cui poggia l’arte di Vittorio Storaro. Nato a Roma nel 1940, vincitore di tre premi Oscar per Apocalypse Now, Reds e L’ultimo imperatore, Storaro è uno dei più grandi direttori della fotografia in attività, anche se lui preferisce definirsi un “cinefotografo” o, all’inglese, “cinematographer“: colui che “scrive con il cinema”, oltre che con la luce.

Woody Allen, dopo l’ottima esperienza di Café Society, si è avvalso del suo genio anche ne La ruota delle meraviglie, dove Storaro ha potuto rappresentare una Coney Island quasi fiabesca, animata dai colori scintillanti delle giostre e dal bagliore dorato del sole; una fotografia per lo più anti-naturalistica, fatta di cromatismi raffinati che spesso rispecchiano uno stato d’animo, costruiscono l’atmosfera e incorniciano i volti dei personaggi – a cominciare da Kate Winslet e Juno Temple – in un abbraccio luminoso. Questo perché Storaro non cerca di riprodurre il mondo che lo circonda, ma di rifondarlo sulla base di un preciso significato emotivo o psicologico, restituendo il senso di una scena attraverso le luci, le ombre e i colori.

È un percorso che Storaro segue fin dai suoi esordi, quando nel 1969 cura la fotografia di Giovinezza giovinezza (ancora in bianco e nero). Il memorabile sodalizio con Bernardo Bertolucci parte invece da Il conformista (1970), e gli consente di approfondire la sua indagine sul potenziale espressivo dell’immagine cinematografica, usando il contrasto fra luce e ombra per evocare il dialogo tra “cosciente” e “inconscio”, o sfruttando determinati colori – come l’arancio passionale di Ultimo tango a Parigi (1972) – per trasmettere una certa emozione. Lavora anche con Dario Argento ne L’uccello dalle piume di cristallo (1970) e con Giuliano Montaldo in Giordano Bruno (1973), ma il successivo exploit di Apocalypse Now (1979) fa entrare Storaro nella leggenda. Partendo da un romanzo che accoglie l’oscurità fin dal titolo – Cuore di tenebra di Joseph Conrad – Storaro immerge i personaggi del film in un bagno di tenebra da cui escono sconvolti, rigenerati o addirittura indifferenti, tale è la loro familiarità con il cuore nero dell’uomo. È il caso di Marlon Brando e del suo Colonnello Kurtz, il cui volto emerge ripetutamente dall’ombra durante il celebre monologo sull’orrore. Per stessa ammissione del grande cinematographer, la fotografia di Apocalypse Now cerca di illuminare la natura con la sua stessa luce, nel rispetto della nostra natura primordiale e originaria.

Il ritorno ai cromatismi accesi e brillanti, variegati come le emozioni dei personaggi, coincide con Reds (1981), Un sogno lungo un giorno (1981) e L’ultimo Imperatore (1987), dove Storaro usa i colori per delineare le tappe di un intenso viaggio formativo. L’esplosione definitiva dei colori avviene però in Dick Tracy (1990), esperimento visivo che sfrutta una gamma limitatissima di tonalità – soprattutto il rosso, il giallo, il verde e il blu – per riprodurre la stilizzazione dei fumetti: ne risultano immagini sature e sgargianti, con una macchina da presa che cerca di restare immobile al fine di ricreare l’effetto di una vignetta animata.

Anche in Piccolo Buddha (1993), ultima collaborazione tra Storaro e Bertolucci, i colori svolgono una funzione caratterizzante, distinguendo la realtà dal mito, il passato dal presente; non a caso, per evidenziare la differenza nel trattamento delle immagini, i flashback sono girati in 65mm, mentre il resto del film si avvale della consueta pellicola a 35mm. Negli anni successivi, Storaro lavora spesso con Carlos Saura (Taxi, Tango, Goya, Io, Don Giovanni) e cura la fotografia di Dominion, il prequel de L’esorcista diretto da Paul Schrader. La recente collaborazione con Woody Allen gli offre una nuova sfida, che continuerà anche nel prossimo A Rainy Day in New York. Intanto, però, La ruota delle meraviglie promette di riempirci gli occhi con le sue luci preziose e i suoi colori sfavillanti.